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Federico Buffa racconta al Politeama l'Incontro del Secolo

La differenza tra Omero e Buffa? Il cantore cieco ellenico le sue storie le componeva anche, l’avvocato meneghino le adatta e basta al genere mediatico attraverso cui deve comunicare. Ma se il paragone vi sembra molto forzato, ai limiti dell’azzardo, pensate al fatto che il Federico nazionale è l’unico ad aver portato con successo il teatro in tv. E fosse solo questo: Buffa, nelle tante vite vissute fin qui, è infatti stato un civilista, un radiocronista del campionato italiano di pallacanestro, un manager di assi del basket, un telecronista dell’Nba e adesso uno storyteller chiamato a raccontare le “vite straordinarie” del mondo dello sport. Tutto sempre fatto con un minimo comun denominatore, il grande successo dell’iniziativa intrapresa.

Perché, qual è il segreto se ce n’è uno, chiediamo subito al caleidoscopico Buffa, che domani sera porterà in scena al Politeama “A night in Kinshasa”? <Non lo so, mi creda. Io avevo solo una sconfinata passione per la pallacanestro. Disciplina che ho iniziato a seguire e commentare dapprima per la radio e poi per la tv. Accanto a me un giornalista di talento e un amico, Flavio Tranquillo, con cui poi nella pay-tv che adesso è Sky formammo un sodalizio durato 20 anni: dal 1994 al 2013, passando dal College Basketball alle finali Nba per l’Anello. Ma ero un avvocato e sulle mie scelte professionali direi (con una dose di ironia, ma anche un pizzico di verità, ndr): spiegalo a tuo padre, se ne sia capace>.

Una lunga serie di storie narrate in ogni dove, dai palchi alle cerimonie di consegna dei Premi, con campionissimi come Michel Platini talvolta a pochi metri da lei a vederla e soprattutto ascoltarla, che effetto le fa? <Non le nascondo che un pizzico di timore c’è sempre. Sarebbe strano il contrario. A proposito di Platini, ad esempio, ricordo il suo iniziale disappunto per la presenza delle telecamere di Sky con il sottoscritto alla consegna di un ambito riconoscimento, il Premio Liedholm 2013, assegnatogli quando era peraltro potente presidente dell’Uefa. Bene, acconsentì a essere filmato ma per alcuni minuti rimase un po’ accigliato e a braccia conserte. Poi però, in particolare dopo l’aneddoto dell’autobus quando da piccolino l’autista lo faceva scendere perché giocava a pallone anche nel pullman, cominciò a sorridermi e ad annuire, addirittura complimentandosi e mostrandosi soddisfatto con me al termine della manifestazione>.

Le esistenze che lei racconta in modo così magistrale riguardano tutte personalità che hanno fatto la storia dello sport e non solo, ma quale l’ha colpita di più o reputa di maggiore interesse fra le tante? <Senza dubbio quella di Muhamed Alì. Ed è semplice spiegarne il motivo: ha fatto epoca sul ring e fuori. È stato il migliore di tutti come pugile, ma quel che più conta: è rimasto 50 anni in prima fila. Una cosa incredibile. Ha conquistato il titolo mondiale dei Massimi tre volte e soprattutto ha portato alla ribalta planetaria temi come cosa comporti la rigida osservanza di un credo religioso e i diritti dei neri americani. Una razza che all’epoca, e in parte anche oggi purtroppo, in alcuni Stati Usa veniva considerata inferiore se non perfino subumana. Alì però seppe fare questo con un candore e un’ingenuità disarmanti, ma anche con acutezza e intelligenza. Senza contare che a differenza di altri, predicatori o leader politici, non è stato oggetto di attentati. Eppure non è che per l’opinione pubblica contasse meno delle succitate figure. Ma era forse troppo nel cuore della gente>.

Fra circa 24 ore il pubblico di uno dei più importanti teatri della Calabria e dell’intero mezzogiorno avrà allora di che divertirsi e non poco con la sua suggestiva narrazione dell’incontro del secolo Alì-Foreman. Non possiamo dunque non chiederle un’anticipazione, una chicca, per i nostri spettatori ansiosi di ammirarla in scena. <Volentieri. Ci mancherebbe. È uno spettacolo cangiante, se mi passa l’espressione. Mai uguale a se stesso. E, si badi, il ritmo non lo scandisco io. Ma i maestri Nidi, padre e figlio, che mi accompagnano con la loro musica. Una “colonna sonora” che può essere lenta o veloce, spingendomi a cambiare i tempi e il modo e di esibirmi. A ciò aggiungo l’ampio spazio lasciato all’improvvisazione di diverse battute>.